About this blogger:
A theorist, organist, and conductor, Jeff Ostrowski holds his B.M. in Music Theory from the University of Kansas (2004), and did graduate work in Musicology. He serves as choirmaster for the new FSSP parish in Los Angeles, where he lives with his wife and two children.
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"What earlier generations held as sacred, remains sacred and great for us too, and it cannot be all of a sudden entirely forbidden or even considered harmful."
— Pope Benedict XVI, Letter accompanying "Summorum Pontificum" (7/7/07)

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Cardinal Sarah’s Powerful Letter Available In English!
published 12 August 2015 by Jeff Ostrowski

406 Robert Cardinal SARAH OBERT CARDINAL SARAH, Prefect of the Congregation for the Divine Worship, published a powerful document on 12 June 2015 in L’Osservatore Romano. The original was in Italian and numerous translations soon appeared, but not all were of a high quality. 1

For decades, ADOREMUS BULLETIN has provided access to official documents. Recently, they uploaded an English translation by Christopher Ruff, and the table below allows comparison between his excellent work and the original Italian.

Cardinal Sarah’s statements about ad orientem for the Penitential Rite, Gloria, Orations, and Eucharistic Prayer caused a worldwide sensation! 2   It’s the eighth paragraph, which begins “contrary to what has sometimes been maintained…”|

INQUANT’ANNI DOPO la sua promulgazione da parte di Papa Paolo VI, si leggerà, infine, la costituzione del concilio Vaticano II sulla sacra liturgia? La Sacrosanctum concilium non è di fatto un semplice catalogo di “ricette” di riforme, ma una vera e propria magna charta di ogni azione liturgica. Il concilio ecumenico ci dà in essa una magistrale lezione di metodo. In effetti, lungi dall’accontentarsi di un approccio disciplinare ed esteriore alla liturgia, il concilio vuole farci contemplare ciò che è nella sua essenza. La pratica della Chiesa deriva sempre da quello che riceve e contempla nella rivelazione. La pastorale non si può disconnettere dalla dottrina.
IFTY YEARS AFTER its promulgation by Pope Paul VI, will the Second Vatican Council’s Constitution on the Sacred Liturgy finally be read? Sacrosanctum Concilium is not in fact a simple catalogue of “recipes” for reform, but a true and proper Magna Carta for all liturgical action. In that Constitution, the Ecumenical Council gives us a masterful lesson in methodology. Far from contenting itself with a disciplinary and external approach to the liturgy, the Council summons us to contemplate the liturgy in its essence. The Church’s practice always flows from what she receives and contemplates from Revelation. Pastoral practice cannot be divorced from doctrine.
Nella Chiesa «ciò che proviene dall’azione è ordinato alla contemplazione» (cfr. n. 2). La costituzione conciliare ci invita a riscoprire l’origine trinitaria dell’opera liturgica. In effetti, il concilio stabilisce una continuità tra la missione di Cristo Redentore e la missione liturgica della Chiesa. «Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli» affinché «mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica» attuino «l’opera di salvezza» (n. 6).
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In the Church, “action is directed to contemplation” (cf. §2). The conciliar Constitution invites us to rediscover the Trinitarian origin of the work of the liturgy. Indeed, the Council affirms continuity between the mission of Christ the Redeemer and the liturgical mission of the Church. “Just as Christ was sent by the Father, so also he sent the apostles,” so that “by means of sacrifice and sacraments, around which the entire liturgical life revolves” they might “accomplish the work of salvation” (§6).
Attuare la liturgia non è dunque altro che attuare l’opera di Cristo. La liturgia è nella sua essenza actio Christi: l’«opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio» (n. 5). È Lui il grande sacerdote, il vero soggetto, il vero attore della liturgia (cfr. n. 7). Se questo principio vitale non viene accolto nella fede, si rischia di fare della liturgia un’opera umana, un’autocelebrazione della comunità.
The liturgy in action is thus none other than the work of Christ in action. The liturgy is in its essence actio Christi: “the work of Christ the Lord in redeeming mankind and giving perfect glory to God” (§5). He is the high priest, the true subject, the true protagonist of the liturgy (cf. §7). If this vital principle is not embraced in faith, one risks reducing the liturgy to a human action, to the community’s celebration of itself.
Al contrario, l’opera propria della Chiesa consiste nell’entrare nell’azione di Cristo, nell’iscriversi in quell’opera di cui egli ha ricevuto dal Padre la missione. Dunque «ci fu data la pienezza del culto divino», perché «la sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza» (n. 5). La Chiesa, corpo di Cristo, deve quindi divenire a sua volta uno strumento nelle mani del Verbo.
On the contrary, the true work of the Church consists in entering into the action of Christ, participating intimately in the mission he has received from the Father. Thus “the fullness of divine worship was given to us,” because “his humanity, united with the person of the Word, was the instrument of our salvation” (§5). The Church, the Body of Christ, must in turn become an instrument in the hands of the Word.
Questo è il significato ultimo del concetto-chiave della costituzione conciliare: la participatio actuosa. Tale partecipazione consiste per la Chiesa nel diventare strumento di Cristo-sacerdote, al fine di partecipare alla sua missione trinitaria. La Chiesa partecipa attivamente all’opera liturgica di Cristo nella misura in cui ne è lo strumento. In tal senso, parlare di “comunità celebrante” non è privo di ambiguità e richiede vera cautela (cfr. Istruzione Redemptoris sacramentum, n. 42). La participatio actuosa non dovrebbe dunque essere intesa come la necessità di fare qualcosa. Su questo punto l’insegnamento del concilio è stato spesso deformato. Si tratta invece di lasciare che Cristo ci prenda e ci associ al suo sacrificio.
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This is the ultimate meaning of the key concept of the conciliar Constitution, participatio actuosa. For the Church, this participation consists in becoming an instrument of Christ the Priest, so as to participate in his Trinitarian mission. The Church participates actively in the liturgical work of Christ insofar as she is his instrument. In this sense, language about the “celebrating community” can carry a degree of ambiguity requiring true caution (cf. the Instruction Redemptoris sacramentum, §42). Participatio actuosa must not be understood, therefore, as the need to do something. On this point the teaching of the Council has often been distorted. It is a question, rather, of allowing Christ to take hold of us and to associate us with his sacrifice.
La participatio liturgica deve perciò essere intesa come una grazia di Cristo che «associa sempre a sé la Chiesa» (Sacrosanctum concilium, n. 7). È Lui ad avere l’iniziativa e il primato. La Chiesa «l’invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre» (n. 7).
Liturgical participatio must therefore be understood as a grace from Christ who “always associates the Church with himself” (Sacrosanctum Concilium, 7). It is he who takes the initiative, who has primacy. The Church “calls to her Lord, and through Him offers worship to the Eternal Father” (§7).
Il sacerdote deve dunque diventare questo strumento che lascia trasparire Cristo. Come ha da poco ricordato il nostro Papa Francesco, il celebrante non è il presentatore di uno spettacolo, non deve ricercare la simpatia dell’assemblea ponendosi di fronte a essa come il suo interlocutore principale. Entrare nello spirito del concilio significa al contrario cancellarsi, rinunciare a essere il punto focale.
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The priest must thus become this instrument that allows Christ to shine through. As our Holy Father Pope Francis recently recalled, the celebrant is not the host of a show, he must not seek the affirmation of the assembly, standing before them as if they were called to enter into dialogue primarily with him. To enter into the spirit of the Council means—on the contrary—to efface oneself, to renounce the spotlight.
Contrariamente a quanto è stato a volte sostenuto, è del tutto conforme alla costituzione conciliare, è addirittura opportuno che, durante il rito della penitenza, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica, tutti, sacerdote e fedeli, si voltino insieme verso Oriente, per esprimere la loro volontà di partecipare all’opera di culto e di redenzione compiuta da Cristo. Questo modo di fare potrebbe opportunamente essere messo in atto nelle cattedrali dove la vita liturgica deve essere esemplare (cfr. n. 41).
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Contrary to what has sometimes been maintained, it is in full conformity with the conciliar Constitution—indeed, it is entirely fitting—for everyone, priest and congregation, to turn together to the East during the penitential rite, the singing of the Gloria, the orations, and the Eucharistic prayer, in order to express the desire to participate in the work of worship and redemption accomplished by Christ. This practice could well be established in cathedrals, where liturgical life must be exemplary (cf. §41).
Ben inteso, ci sono altre parti della messa in cui il sacerdote, agendo in persona Christi Capitis, entra in dialogo nuziale con l’assemblea. Ma questo faccia a faccia non ha altro fine che condurre a un tête-à-tête con Dio che, per mezzo della grazia dello Spirito Santo, diverrà un cuore a cuore. Il concilio propone così altri mezzi per favorire la partecipazione: «le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo» (n. 30).
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Of course it is understood that there are other parts of the Mass in which the priest, acting in persona Christi Capitis, enters into nuptial dialogue with the assembly. But this face-to-face has no other purpose than to lead to a tete-à-tete with God, which, through the grace of the Holy Spirit, will become a heart-to-heart. The Council thus proposes additional means to favor participation: “acclamations, responses, psalmody, antiphons and songs, as well as…actions, gestures, and bodily attitudes” (§30).
Una lettura troppo rapida, e soprattutto troppo umana, ha portato a concludere che bisognava far sì che i fedeli fossero costantemente occupati. La mentalità occidentale contemporanea, modellata dalla tecnica e affascinata dai media, ha voluto fare della liturgia un’op era di pedagogia efficace e redditizia. In questo spirito, si è cercato di rendere le celebrazioni conviviali. Gli attori liturgici, animati da motivazioni pastorali, cercano a volte di fare opera didattica introducendo nelle celebrazioni elementi profani e spettacolari. Non si vedono forse fiorire testimonianze, messe in scena e applausi? Si crede così di favorire la partecipazione dei fedeli mentre di fatto si riduce la liturgia a un gioco umano.
A hasty and all-too-human reading of the Constitution has led to the conclusion that the faithful must be kept constantly busy. The contemporary Western way of thinking, shaped by technology and dazzled by the media, has wished to turn the liturgy into a lucrative production. In this spirit, many have tried to make the celebrations festive. Prompted by pastoral motives, liturgical ministers sometimes stage celebrations into which elements of worldly entertainment are introduced. Have we not witnessed a proliferation of testimonials, acts, and applause? It is imagined that this will foster the participation of the faithful, when in fact it reduces the liturgy to a human plaything.
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«Il silenzio non è una virtù, né il rumore un peccato, è vero», dice Thomas Merton, «ma il tumulto, la confusione e il rumore continui nella società moderna o in certe liturgie eucaristiche africane sono l’espressione dell’atmosfera dei suoi peccati più gravi, della sua empietà, della sua disperazione. Un mondo di propaganda, di argomentazioni infinite, di invettive, di critiche, o semplicemente di chiacchiere, è un mondo nel quale la vita non vale la pena di essere vissuta. La messa diviene un baccano confuso; le preghiere un rumore esteriore o interiore» (Thomas Merton, Le signe de Jonas, Ed. Albin Michel, Paris, 1955, p. 322).
“Silence is not a virtue, noise is not a sin, it is true,” says Thomas Merton, “but the turmoil and confusion and constant noise of modern society [or of some African Eucharistic liturgies] are the expression of the ambiance of its greatest sins—its godlessness, its despair. A world of propaganda, of endless argument, vituperation, criticism, or simply of chatter, is a world without anything to live for…. Mass becomes racket and confusion; prayers—an exterior or interior noise” (Thomas Merton, The Sign of Jonas [San Diego: Harcourt, Inc., 1953, 1981], passim).
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Si corre il rischio reale di non lasciare alcun posto a Dio nelle nostre celebrazioni. Incorriamo nella tentazione degli ebrei nel deserto. Essi cercarono di crearsi un culto alla loro misura e alla loro altezza, e non dimentichiamo che finirono prostrati davanti all’idolo del vitello d’oro.
We run the real risk of leaving no room for God in our celebrations, falling into the temptation of the Israelites in the desert. They sought to create a cult of worship limited to their own measure and reach, and let us not forget that they ended up prostrate before the idol of the golden calf.
È tempo di metterci all’ascolto del concilio. La liturgia è «principalmente culto della maestà divina» (n. 33). Ha valore pedagogico nella misura in cui è completamente ordinata alla glorificazione di Dio e al culto divino. La liturgia ci pone realmente alla presenza della trascendenza divina. Partecipazione vera significa rinnovare in noi quello “stupore” che san Giovanni Paolo II teneva in grande considerazione (cfr. Ecclesia de Eucharistia, n. 6). Questo stupore sacro, questo timore gioioso, richiede il nostro silenzio di fronte alla maestà divina. Si dimentica spesso che il silenzio sacro è uno dei mezzi indicati dal concilio per favorire la partecipazione.
The hour has come to listen to the Council. The liturgy is “above all things the worship of the divine majesty” (§33). It can form and teach us only insofar as it is completely ordered to divine worship and the glorification of God. The liturgy truly places us in the presence of divine transcendence. True participation means the renewal in us of that “amazement” that St. John Paul II held in such high regard (cf. Ecclesia de Eucharistia, §6). This sacred amazement, this joyous reverence, requires our silence before the divine majesty. We often forget that sacred silence is one of the means indicated by the Council to foster participation.
Se la liturgia è opera di Cristo, è necessario che il celebrante vi introduca i propri commenti? Ci si deve ricordare che, quando il messale autorizza un intervento, questo non deve diventare un discorso profano e umano, un commento più o meno sottile sull’attualità, o un saluto mondano alle persone presenti, ma una brevissima esortazione a entrare nel mistero (cfr. Presentazione generale del messale romano, n. 50).
If the liturgy is the work of Christ, is it necessary for the celebrant to interject his own comments? We must remember that when the Missal authorizes commentary, this must not become a worldly, human discourse, a more or less subtle pronouncement on current events, or a banal greeting to those present, but rather a very brief exhortation to enter into the mystery (cf. General Introduction of the Roman Missal, §50).
Quanto all’omelia, è essa stessa un atto liturgico che ha le sue proprie regole. La participatio actuosa all’opera di Cristo presuppone che si lasci il mondo profano per entrare nell’«azione sacra per eccellenza» (Sacrosanctum concilium, n. 7). Di fatto, «noi pretendiamo, con una certa arroganza, di restare nell’umano per entrare nel divino» (Robert Sarah, Dieu ou rien, p. 178).
As for the homily, it too is a liturgical act which has its own rules. The participatio actuosa in the work of Christ presupposes that one leaves behind the profane world in order to enter into “sacred action surpassing all others” (Sacrosanctum Concilium, §7). In fact, “we claim somewhat arrogantly to remain in the human sphere so as to enter into the divine” (Robert Sarah, God or Nothing, Ignatius Press, Chapter IV).
In tal senso, è deplorevole che il sacrario delle nostre chiese non sia un luogo strettamente riservato al culto divino, che vi si penetri in abiti profani, che lo spazio sacro non sia chiaramente delimitato dall’architettura. Poiché, come insegna il concilio, Cristo è presente nella sua parola quando questa viene proclamata, è ugualmente deleterio che i lettori non abbiano un abbigliamento appropriato che mostri che non pronunciano parole umane ma una parola divina.
In this sense it is deplorable that the sanctuary in our churches is not strictly reserved for divine worship, that people enter it in worldly garb, that the sacred space is not clearly delineated by the architecture. And since, as the Council teaches, Christ is present in his word when it is proclaimed, it is equally harmful when readers are not dressed in a way that shows they are pronouncing not human words, but the Word of God.
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La liturgia è una realtà fondamentalmente mistica e contemplativa, e di conseguenza fuori dalla portata della nostra azione umana; anche la participatio è una grazia di Dio. Pertanto, presuppone da parte nostra un’apertura al mistero celebrato. Così, la costituzione raccomanda la comprensione piena dei riti (cfr. n. 34) e al tempo stesso prescrive «che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell’ordinario della messa che spettano ad essi» (n. 54).
The liturgy is a fundamentally mystical and contemplative reality, and thus beyond the reach of our human action; even participatio is a grace from God. It presupposes on our part openness to the mystery being celebrated. For this reason the Constitution encourages full understanding of the rites (cf. §34) and at the same time prescribes that “the faithful…be able to say or to sing together in Latin those parts of the Ordinary of the Mass which pertain to them” (§54).
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In effetti, la comprensione dei riti non è opera della ragione umana lasciata a se stessa, che dovrebbe cogliere tutto, capire tutto, padroneggiare tutto. La comprensione dei riti sacri è quella del sensus fidei, che esercita la fede vivente attraverso il simbolo e che conosce per sintonia più che per concetto. Questa comprensione presuppone che ci si avvicini al mistero con umiltà.
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In reality, an understanding of the rites is not achieved by human reason left to itself, as if it could grasp everything, understand everything, master everything. An understanding of the sacred rites is the fruit of the sensus fidei, which exercises living faith through symbol and understands more by affinity than by concept. Such understanding presupposes that one draws near to the mystery with humility.
Ma si avrà il coraggio di seguire il concilio fino a questo punto? Una simile lettura, illuminata dalla fede, è però fondamentale per l’evangelizzazione. In effetti, «a coloro che sono fuori essa mostra la Chiesa, come vessillo innalzato di fronte alle nazioni, sotto il quale i figli di Dio dispersi possano raccogliersi» (n. 2).
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But will we have the courage to follow the Council all the way to this point? Yet it is only such a reading, illumined by faith, which constitutes the foundation for evangelization. Indeed, “the liturgy… shows forth the Church to those who are outside as a sign lifted up among the nations, under which the scattered children of God may be gathered together” (§2).
Essa deve smettere di essere un luogo di disobbedienza alle prescrizioni della Chiesa. Più specificatamente, non può essere un’o ccasione di lacerazioni tra cristiani. Le letture dialettiche della Sacrosanctum concilium, le ermeneutiche di rottura in un senso o nell’altro, non sono il frutto di uno spirito di fede.
It must cease to be a place of disobedience to the prescriptions of the Church. More specifically, the liturgy cannot be an occasion for divisions among Christians. Dialectical readings of Sacrosanctum Concilium, or the hermeneutics of rupture in one sense or another, are not the fruit of a spirit of faith.
Il concilio non ha voluto rompere con le forme liturgiche ereditate dalla tradizione, anzi ha voluto approfondirle. La costituzione stabilisce che «le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti» (n. 23). In tal senso, è necessario che quanti celebrano secondo l’usus antiquior lo facciano senza spirito di opposizione, e dunque nello spirito della Sacrosanctum concilium.
The Council did not intend to break from the liturgical forms inherited from tradition – indeed, it desired to deepen them. The Constitution establishes that “any new forms adopted should in some way grow organically from forms already existing” (§23). In this sense, it is necessary that those who celebrate according to the usus antiquior do so without a spirit of opposition, and thus in the spirit of Sacrosanctum Concilium.
Allo stesso modo, sarebbe sbagliato considerare la forma straordinaria del rito romano come derivante da un’altra teologia che non sia la liturgia riformata. Sarebbe anche auspicabile che s’inserisse come allegato di una prossima edizione del messale il rito della penitenza e l’offertorio dell’usus antiquior al fine di sottolineare che le due forme liturgiche s’illuminano a vicenda, in continuità e senza opposizione.
By the same token, it would be a mistake to consider the extraordinary form of the Roman Rite as deriving from a different theology than that of the reformed liturgy. And one could hope that a future edition of the Missal might include the penitential rite and the offertory of the usus antiquior, so as to underscore the fact that the two liturgical forms shed light one upon the other, in continuity and without opposition.
Se vivremo in questo spirito, allora la liturgia smetterà di essere il luogo delle rivalità e delle critiche, per farci infine partecipare attivamente a quella liturgia «che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede […] quale ministro del santuario» (n. 8).
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+ ROBERT CARDINAL SARAH
12 June 2015
If we live in this spirit, the liturgy will cease to be the locus of rivalries and criticisms, and we will be brought at last to participate actively in that liturgy “which is celebrated in the holy city of Jerusalem toward which we journey as pilgrims, where Christ is sitting at the right hand of God, a minister of the holies and of the true tabernacle” (§8).

+ ROBERT CARDINAL SARAH
12 June 2015


This English translation was created by Christopher Ruff, courtesy of the ADOREMUS BULLETIN website. Priests considering ad orientem may wish to obtain the Jogues Missal for their pews, since it contains color images of a priest celebrating the way Cardinal Sarah recommends. This can help congregations “adjust” to ad orientem.


UPDATE : The Catholic World Report has posted a translation by Michael J. Miller.



NOTES FROM THIS ARTICLE:

1   Several appeared to have been created by means of Google Translate. Others were only excerpts.

2   Readers will also want to bookmark Cardinal Sarah’s Top Six Liturgy Quotes.